Protezione e iperprotezione: dove finisce la cura e dove inizia il limite

Madre che incoraggia il figlio a imparare ad allacciarsi le scarpe da solo

Protezione e iperprotezione: due modi diversi di prendersi cura

La protezione e l’iperprotezione sono due modi diversi di vivere la genitorialità, anche se spesso nascono dallo stesso desiderio: amare i propri figli e proteggerli dalla sofferenza.

Ogni bambino ha bisogno di adulti capaci di offrirgli sicurezza, cura e sostegno.

La difficoltà nasce quando il desiderio di proteggerlo diventa così forte da impedirgli di sperimentare, sbagliare e scoprire gradualmente le proprie capacità.

Non è sempre facile distinguere questi due atteggiamenti, perché spesso nascono dalla stessa intenzione: amare il proprio figlio e desiderare che non soffra.

La differenza non sta nella quantità di amore, ma nel modo in cui quell’amore viene espresso.

Proteggere significa offrire al bambino gli strumenti per affrontare le difficoltà. Iperproteggere può significare, invece, cercare di impedirgli di incontrarle.

Naturalmente, non tutte le difficoltà devono essere affrontate senza aiuto. Un bambino ha bisogno di sostegno, guida e presenza adulta.

La sfida per il genitore è capire quando intervenire e quando, invece, lasciare al figlio lo spazio per provare.

Proteggere un figlio significa prepararlo ad affrontare il mondo, non risparmiargli ogni difficoltà.

Un esempio quotidiano: quando aiutare significa lasciar provare

Un bambino di quattro anni prova ad allacciarsi le scarpe. Ci mette molto tempo, si innervosisce, sbuffa. Il genitore ha fretta e la tentazione è forte: “Faccio io, facciamo prima”.

In quel momento, intervenire può essere del tutto ragionevole, si sta uscendo di casa e non c’è tempo per aspettare.

Il problema nasce quando, sistematicamente, l’adulto fa al posto del bambino ciò che quest’ultimo potrebbe imparare a fare gradualmente.

In questi casi, il piccolo perde un’occasione per sperimentarsi, provare strategie diverse e scoprire che un risultato può arrivare anche dopo qualche tentativo.

Accompagnarlo, invece, significa restargli accanto, mostrargli un passaggio, incoraggiarlo e lasciargli il tempo di sbagliare e riprovare.

A volte sarà necessario aiutarlo. Altre volte basterà aspettare qualche minuto in più.

La fatica non scompare, ma cambia significato: il bambino non deve affrontarla da solo, perché sa di poter contare sulla presenza dell’adulto.

Perché le piccole difficoltà aiutano i bambini a crescere

Crescere significa anche confrontarsi con piccole frustrazioni, errori, attese e delusioni.

Sono esperienze che, quando sono adeguate all’età e accompagnate da un sostegno sufficiente, possono contribuire allo sviluppo di competenze importanti, come l’autonomia, la fiducia nelle proprie capacità, la capacità di risolvere i problemi e la possibilità di imparare gradualmente a gestire le emozioni difficili.

Quando l’adulto interviene continuamente per prevenire ogni disagio, il bambino può avere meno occasioni per sperimentare queste risorse e scoprire ciò che è in grado di fare.

Non vogliamo che debba cavarsela sempre da solo, ma che abbia bisogno di trovare un equilibrio tra il sostegno ricevuto e le possibilità di agire in prima persona.

Anche la psicologia ha approfondito questo aspetto.

Lo psicologo Albert Bandura ha studiato il concetto di autoefficacia, cioè la convinzione di essere capaci di affrontare determinati compiti e situazioni.

Una delle fonti più importanti dell’autoefficacia è rappresentata dalle esperienze di padronanza: quelle occasioni in cui una persona riesce ad affrontare una difficoltà, sperimenta le proprie capacità e scopre, attraverso l’esperienza, che può ottenere un risultato.

Per un bambino, riuscire a completare un piccolo compito dopo diversi tentativi può diventare un’esperienza significativa. Non soltanto perché ha imparato a fare qualcosa, ma perché ha avuto l’opportunità di riconoscere le proprie capacità.

Per questo proteggere significa distinguere ciò che il bambino non è ancora pronto ad affrontare da ciò che può imparare a fare con un aiuto adeguato.

Protezione e iperprotezione: come favorire l’autonomia dei bambini

Quando un bambino affronta una situazione nuova con il sostegno di un adulto, può costruire gradualmente un’immagine più fiduciosa di sé.

Non impara che tutto sarà sempre facile o che il mondo non presenta rischi. Impara, piuttosto, che può provare, chiedere aiuto, commettere errori e cercare nuove soluzioni.

L’adulto svolge un ruolo importante in questo processo. Il suo compito non è soltanto incoraggiare il bambino, ma aiutarlo a riconoscere le proprie emozioni, rispettare i suoi tempi e offrirgli un sostegno adeguato quando la difficoltà diventa troppo grande.

È così che il bambino può sperimentare, poco alla volta, una maggiore fiducia nelle proprie possibilità.

Queste esperienze possono contribuire anche allo sviluppo della resilienza, ovvero la capacità di affrontare le avversità e di recuperare un equilibrio dopo momenti difficili.

La resilienza non significa non avere paura, non provare dolore o riuscire sempre a cavarsela da soli. Significa poter attraversare le difficoltà disponendo di risorse personali e relazionali che aiutino a sostenerle.

E tra queste risorse c’è anche la certezza di poter contare su qualcuno.

Come proteggere senza sostituirsi al proprio figlio

Passare dall’iperprotezione a una protezione equilibrata non significa diventare meno presenti o lasciare che il bambino affronti ogni problema da solo.

Significa imparare a osservare la situazione prima di intervenire e chiedersi di che cosa abbia davvero bisogno in quel momento.

A volte avrà bisogno di essere aiutato. Altre volte gli serviranno incoraggiamento, tempo o semplicemente la presenza rassicurante di un adulto.

Può essere utile fermarsi e porsi alcune domande:

Questa difficoltà è davvero troppo grande per mio figlio oppure sono io ad avere paura che non riesca ad affrontarla?

Posso aiutarlo senza fare tutto al posto suo?

Che cosa potrebbe imparare da questa esperienza, se gli restassi accanto?

Non esistono risposte valide in ogni situazione. Ciò che conta è sviluppare la capacità di distinguere i bisogni reali del bambino dalle preoccupazioni che, talvolta, appartengono soprattutto all’adulto.

Perché il desiderio di proteggerlo può essere influenzato dalle esperienze che abbiamo vissuto durante la nostra crescita e dalla difficoltà di tollerare la sua sofferenza.

Vedere il proprio figlio in difficoltà può risvegliare paure profonde: il timore che venga ferito, che si senta inadeguato o che debba affrontare qualcosa che noi stessi abbiamo faticato a sostenere.

Riconoscere queste emozioni ci dà l’opportunità di scegliere come agire, invece di intervenire automaticamente per allontanare ogni disagio.

Protezione significa esserci, iperprotezione significa togliere ogni ostacolo

Accompagnare un bambino nella crescita richiede equilibrio. Ci saranno momenti in cui sarà necessario intervenire e altri in cui sarà importante aspettare, anche quando vederlo faticare ci farà sentire impotenti.

Non dobbiamo dimostrargli che è capace di fare tutto da solo. Dobbiamo aiutarlo a scoprire ciò che può fare, rispettando i suoi limiti e offrendogli il sostegno di cui ha bisogno.

Il compito del genitore non è togliere ogni ostacolo dal cammino del figlio, ma aiutarlo a sviluppare la fiducia necessaria per attraversarlo, sapendo che non dovrà farlo sempre da solo.

Crescere non significa smettere di avere bisogno degli altri, ma vuol dire imparare, gradualmente, a riconoscere le proprie risorse e a chiedere aiuto quando serve.

Dott.ssa Federica Salciccia


Riferimento bibliografico

Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review, 84(2), 191–215. https://psycnet.apa.org/doi/10.1037/0033-295X.84.2.191